Nell’epica di Jack Tramiel, a questo punto, si posiziona il VIC Chip, il cuore intorno a cui viene costruito il ”primo” home Computer, il VIC 20. Avendo già trattato questa vicenda su altri numeri di PC Professionale ed essendo egregiamente raccontata in molti pregevoli libri – come l’imprescindibile Commodore: A Company on the Edge di Brian Bagnali – sulla base di documenti giapponesi dell’epoca abbiamo qualche informazione in più sull’origine del VIC 20.
Incrociando i racconti raccolti da Bagnali con guanto scritto nel n. 1 del bimestrale giapponese “VIC!”, vediamo che la storia del computer americano testato in Giappone con il nome VIC-1001 è la prima leggenda urbana che dobbiamo sfatare.
Il VIC-1001 viene messo in vendita ai magazzini Seibu il 19 settembre 1980.
In foto il primo giorno di vendita.

Il VIC-20, praticamente la stessa macchina con una ROM differente a causa dei caratteri giapponesi presenti nella prima versione, viene presentato al Winter Consumer Show nel gennaio 1981; solo a maggio iniziano le prime spedizioni, e la diffusione globale si compie tra l’estate e l’autunno del 1981.
Per quale motivo un uomo che per tutta la vita rischia tutto pur di battere in velocità gli avversari, anche a costo di sbagliare e pagarne le conseguenze, si prende quasi un anno di ritardo per mettere a punto un computer in un momento di cambiamenti epocali che avvengono da un mese all’altro?
Perché la versione occidentale è successiva a quella nipponica?
La risposta è semplice quanto destabilizzante: il VIC 20 è l’adattamento di un computer giapponese!
Ok, detto così è un po’ forte, si tratta comunque di un computer prodotto da Commodore, ma !’affermazione non si discosta davvero dalla realtà. Nella rivista è scritto che il VIC-1001 «nasce come idea all’interno di MOS Technology, la società statunitense di semiconduttori del gruppo Commodore. “Un giovane ingegnere, appassionato e brillante, sta sperimentando nel tempo libero».
Non viene fatto il nome, ma è chiaro che si parla di Robert Hannes, che realizza autonomamente un progetto: un
computer che anche un bambino possa usare, collegabile alla TV, leggero, immediato, in competizione con il progetto di Chuck Peddle, una macchina ben più performante e costosa.
Si tratta di un accrocchio costituito da una breadboard con un VIC Chip e un KIM-1. Il prototipo viene poi perfezionato da Al Charpentier e Charles Winterble.
Si parla poi, senza nominarlo, dell’incontro con un ingegnere giapponese, «un vero talento emergente nella progettazione di circuiti integrati». Si tratta sicuramente di Yash Terakura, ingegnere e responsabile della
produzione di Commodore Japan, per cui lavora dal 1973, anno di apertura della nuova sede di Tokyo. Nel periodo citato dalla rivista, Terakura si è trasferito in California per seguire il progetto, oltre al fatto che viene citato da più fonti come “creatore” del VIC 20.
La rivista poi scrive qualcosa di eclatante: «Alla fine, Tramiel decide: “Per un computer a basso costo, voglio che lo sviluppino i giapponesi.”
Assegna l’intero progetto a quattro ingegneri giapponesi, e il lavoro si sposta in Giappone.»
L’analogia con il celebre «I giapponesi stanno arrivando. Allora diventeremo noi i giapponesi» è evidente, e la frase assume un altro significato.
Di loro quattro abbiamo solo questa foto e l’informazione di Bagnall che Terakura collabora per tre mesi con Aoji, Nishimura e Tokuda.

Il tempo di soli tre mesi per la progettazione del VIC-1001 viene riportato anche nella rivista.
Il giovane in piedi a sinistra è proprio Terakura che, tra le altre cose, diventa poi responsabile della progettazione e dell’ingegnerizzazione hardware del Commodore 64 e mentore di Satoru Iwata, celebre CEO Nintendo,
di cui parleremo a breve.
Nishimura potrebbe essere il “signor N” citato dalla rivista e Tokuda l’ultimo del quartetto qui presente. Il lancio del computer avviene da parte di un altro uomo di fiducia di Tramiel:Taro Tokai, che ne idea anche il nome.
Anche la scocca “a biscottone” viene anch’essa progettata in Giappone, in modo da contenere la prima tastiera PET-style. In pratica, tolti il VIC Chip e il concept iniziale, sembra che il VIC-1001 sia in tutto e per tutto un computer giapponese, e il VIC 20 un suo adattamento.
E i giochi? I bellissimi giochi su cartuccia che accompagnano il lancio del VIC 20 sono in buona parte giapponesi, prodotti da HAL Laboratory, in cui un giovane Satoru lwata si distingue per le sue capacità di programmatore.
L’eco della grafica con la V allungata delle cartucce giapponese viene ripresa nelle versioni per VIC 20, con però una fondamentale differenza.
I giochi originali del VIC 1001 hanno titoli diversi: si chiamano “Space Invaders”, “Galaxian”, “Rally X”, “Lunar Lander” e “Pac Man”, e sono sviluppati su licenze Namco e Taito … aspetta, ma non sono titoli esclusivi Atari per l’Occidente? Già … per questo motivo Commodore in Giappone usa i nomi originali, mentre nel resto del mondo, proprio per le licenze acquistate da Atari, giochi vengono modificati in qualche dettaglio e con il nome cambiato, come in uno “Special Program” qualsiasi delle nostre edicole nello sciagurato periodo della pirateria industriale italiana!
Suona il gong!
Dopo qualche passaggio in cui i due campioni si studiano a vicenda, Commodore si aggiudica il primo round, fino a questo momento equilibrato, surclassando con il VIC 20 gli Atari 400 e 800. Questi ultimi hanno trovato una nuova nicchia di mercato, ma non l’hanno conquistata, pur essendo macchine potentissime, più potenti di Commodore, ma probabilmente ancora troppo costose.
Il match è appena iniziato: vedremo nella prossima puntata se ci sarà o meno un KO o se si arriverà a un verdetto finale, quando i due sfidanti useranno i loro colpi migliori, come Atari 800 XL e Atari ST da una parte e Commodore 64 e Commodore Amiga dall’altra. Risultato scontato? Forse non così tanto.
Tratto dall’articolo: Atari contro Commodore – PC Professionale di dicembre 2025







